La targa dedicata a Carlo Castellani allo stadio di Empoli (foto gonews.it)


Si fa un gran parlare dello stadio in questi giorni, ma è doveroso – soprattutto oggi, 27 gennaio – ricordare perché l’impianto si chiama così, perché quello di Empoli e quello di Montelupo Fiorentino sono intitolati a Carlo Castellani. L’uomo che di mestiere faceva gol, ma che morì in un campo di concentramento dopo esser stato deportato quasi per caso.

Castellani, classe 1909, nasce a Montelupo Fiorentino e vive a Fibbiana, una frazione a metà strada verso la vicinissima Empoli. La sua casa è nella centralissima piazza San Rocco, quasi di fronte alla chiesa. In famiglia a nessuno piace troppo il calcio, nella prima metà del Novecento non è ancora uno sport così amato. Lui però si innamora della palla e diventa attaccante. Gioca nell’Empoli, nel Livorno in A e nel Viareggio prima di tornare nella squadra che lo ha lanciato e chiudere la carriera. Segna caterve di gol per l’Empoli, è tuttora l’unico azzurro a averne fatti 5 in una sola gara. Solo in epoca recente Tavano e Maccarone lo hanno superato nella classifica dei cannonieri empolesi.

Viene ricordato sì come un ottimo attaccante, ma anche come una brava persona. Ritiratosi dal calcio, continua a aiutare economicamente l’Empoli in un periodo non florido: dà una mano in special modo per le trasferte. D’improvviso l’8 marzo 1944 cambia la sua vita, quando i carabinieri lo prelevano prima dell’alba dalla casa di Fibbiana.

Per quanto la famiglia Castellani sia antifascista, Carlo Castellani non si occupa di politica. Il padre si chiama David – nome di origini ebraiche che non attira simpatie -, è socialista e ha una segheria. Ha deciso di non prendere la tessera del fascio. David Castellani non è uno dei più attivi nella rinascente lotta al nazifascismo, ma comunque c’è.

La vulgata vuole che un bisticcio dello stesso David al mercato rionale faccia cadere la lente ‘nera’ sulla famiglia Castellani e proprio sul capostipite. Questa è più una leggenda di paese: la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso è rappresentata dagli scioperi indetti dal CLN, tra cui il più famoso alla Vetreria Taddei a Empoli.

La notte dell’8 marzo i carabinieri e il gerarca bussano alla porta di casa Castellani per portare via David, che però è malato. Carlo, rassicurato dalla presenza di facce amiche, prende il posto del padre, convinto di tornare a casa subito.

Molte fonti storiche affermano che, verso Signa, Castellani possa scappare. Non lo fa, si dice, perché la sua fuga avrebbe compromesso la situazione degli altri detenuti, i quali sarebbero stati fucilati. Un gesto che lo avrebbe salvato diventa così un atto d’onore verso compagni e compagne, i quali hanno temporaneamente salva la pelle.

Il gruppo arriva a Firenze. Passa da Villa Triste, sede di SD e Banda Carità, ovvero la polizia tedesca e la milizia repubblichina. Poi viene ammassato alle Leopoldine, ex scuola dove deportati e deportate attendono la partenza per i campi di concentramento. Va alla stazione di Santa Maria Novella, qui viene caricato su un treno per la Germania al triste binario 6. Arriva dopo giorni a Mauthausen.

Carlo Castellani viene registrato col numero di matricola 57026 e classificato come detenuto politico (‘Schutz‘), anche se di politica se ne interessa il giusto, come abbiamo visto. Viene subito mandato nel sottocampo di Gusen. Ancora non è Gusen I, lo diventerà a breve perché gente come Castellani dovrà lavorare anche alla costruzione di Gusen II.

Non è questo il caso di spiegare cosa fosse Gusen, né di ripetere le atrocità subite da Castellani e da moltissime altre persone. La bibliografia sui campi di concentramento è ampia, ma soprattutto a distanza di quasi un secolo è difficile spiegare con dei semplici concetti il terrore vissuto in quei posti. Basti sapere che Carlo Castellani, sfiancato nel fisico e nella mente, muore l’11 agosto 1944 nel lazzaretto di Gusen I.

Nel marzo 1944 assieme a Castellani viene catturato Aldo Rovai, altro montelupino, anche se di San Quirico. Scomparso nel 2003 e sopravvissuto all’Olocausto, Rovai è custode delle ultime ore di vita di Castellani. Come scrive Alfio Dini nel libro ‘La notte dell’odio‘, è Rovai a riportare le ultime parole di Carlo Castellani. “Racconta come sono morto! Di’ loro quanto ho sofferto, più di Gesù Cristo!” avrebbe detto poco prima di morire, a 35 anni.

Castellani lascia la moglie Irma Marradi e due figli, nascosti a Botinaccio. Uno dei due si chiama Franco (la sorella è Carla) e vive ancora nella casa dove i repubblichini presero il suo babbo, a Fibbiana. Ogni tanto racconta la storia di Carlo Castellani nelle scuole o negli incontri pubblici. Racconta anche che la mamma ogni tanto andava a Firenze in bici per avere notizie di babbo Carlo, invano.

Empoli e Montelupo hanno ricordato Carlo Castellani con due stadi; l’Empoli addirittura due volte: sia all’impianto vecchio di Naiana, sia a quello attuale di via delle Olimpiadi. Fuori da entrambi gli impianti è presente una lapide commemorativa, ma di targhe se ne trovano tantissime: alle Leopoldine, a Santa Maria Novella, allo stesso campo di Gusen.

Empoli, a nome di tutto l’Empolese e quindi anche di Montelupo, viene considerata la capitale morale dell’antifascismo. Ci sono molti calciatori che hanno vissuto gli orrori della guerra, tra questi anche l’altro azzurro Mario Monti, sopravvissuto alla deportazione. Carlo Castellani non ce l’ha fatta: a oggi è l’unico calciatore morto nei campi di concentramento a cui sono stati intitolati degli impianti sportivi.

Gianmarco Lotti