
La prima cosa che resta dopo Empoli-Cremonese è il risultato. La seconda, forse ancora più importante, è il modo in cui è arrivato.
Un 1-0 contro una squadra che, sulla carta, è tra le candidate a recitare un ruolo da protagonista in Serie B vale tre punti, ma soprattutto può rappresentare una prima fotografia di quello che Guido Pagliuca ha cercato di costruire durante l’estate: un Empoli più operaio, meno presuntuoso, disposto a correre, soffrire e sporcarsi la partita quando necessario.
È soltanto la prima giornata, sia chiaro. E sarebbe sbagliato leggere troppo dentro una singola partita. Anche la Cremonese, probabilmente, non è ancora la squadra che vedremo tra quindici o venti giornate, quando gli automatismi saranno consolidati e la condizione fisica sarà diversa.
Ma le vittorie fanno sempre bene, soprattutto quando arrivano contro un avversario di questo livello e dentro una partita che, dopo l’espulsione di Ceesay, avrebbe potuto prendere una piega completamente diversa.
L’Empoli ha giocato due partite nella stessa serata. Nel primo tempo ha mostrato personalità, intensità e soprattutto una fase di non possesso molto più organizzata rispetto a quella vista troppo spesso nella passata stagione. La Cremonese ha avuto il pallone, ma ha trovato pochi spazi e pochissime occasioni per fare davvero male. Gli azzurri hanno sporcato le linee di passaggio, accorciato, corso e soprattutto mantenuto una buona distanza tra i reparti.
Poi, nella ripresa, l’espulsione ha cambiato tutto. La Cremonese ha preso il controllo del gioco e ha provato a schiacciare l’Empoli nella propria metà campo. Ma proprio lì è emerso l’aspetto forse più interessante della serata: la squadra non si è disunita.
Ha sofferto insieme. Ha difeso insieme. Ha corso insieme.
È quello che era mancato troppo spesso nell’ultima stagione: la sensazione di avere un gruppo capace di andare nella stessa direzione anche quando le cose si complicano.
E forse è proprio questa la parola dalla quale ripartire: fame.
Fame di emergere, fame di rivalsa, fame di dimostrare che l’Empoli può essere qualcosa di diverso da quello visto a troppi tratti nella passata stagione. Ci sono ragazzi giovani che hanno davanti l’occasione più importante della loro carriera, giocatori che lo scorso anno hanno vissuto una stagione difficile e che adesso hanno tutto l’interesse a cambiare il proprio destino. E ci sono possibili leader che possono crescere all’interno dello spogliatoio.
A partire da capitan Magnino, ma non soltanto lui. Curto, per esempio, ha dato una risposta importante. E accanto a loro ci sono giovani come Egan e Biondini, oltre a un Zedadka che ha mostrato subito di poter aggiungere qualità e imprevedibilità.
È un Empoli ancora da costruire, ma che sembra avere una caratteristica precisa: non vuole concedere nulla per scontato.
E poi c’è lui, Stiven Shpendi.
L’attaccante è il grande punto interrogativo, ma anche la certezza più evidente. Il capocannoniere azzurro della passata stagione, chiusa con 15 gol, ha ricominciato esattamente da dove aveva terminato. Alla fine dello scorso campionato era stato decisivo con la doppietta di Monza che aveva contribuito in maniera determinante alla salvezza. Contro la Cremonese ha trovato subito il gol che ha consegnato all’Empoli i primi tre punti della stagione.
Un’altra volta protagonista. Un’altra volta determinante.
Ed è inevitabile che ogni gol di Shpendi abbia oggi anche un peso sul mercato. Perché un attaccante che segna, decide le partite e dimostra continuità diventa inevitabilmente un giocatore osservato con attenzione. L’Empoli lo sa bene.
Ed è proprio qui che si trova una delle chiavi della stagione.
Se Shpendi resterà, l’Empoli avrà davanti un riferimento importante. Ma servirà comunque qualcuno capace di affiancarlo o, quando necessario, di sostituirlo nella responsabilità di finalizzare il gioco. Perché ieri si sono visti a tratti spunti interessanti, ma una stagione intera non può dipendere soltanto dalla capacità del proprio centravanti di trasformare in gol le occasioni costruite.
Il campionato proporrà partite molto diverse da quella contro la Cremonese. Ci saranno squadre che verranno al Castellani per fare la partita e altre che si chiuderanno, lasciando meno spazio e costringendo l’Empoli a trovare soluzioni contro difese schierate.
È lì che servirà qualcosa in più: un attaccante cattivo, affamato, capace di arrivare prima sul pallone e trasformare il lavoro della squadra in gol.
Perché il calcio, soprattutto in Serie B, passa anche da concetti semplici. Correre. Lottare. Arrivare prima. Vincere i duelli. Non mollare quando la partita prende una direzione diversa da quella immaginata.
Ieri sera l’Empoli ha fatto tutto questo.
Non significa che sia diventato improvvisamente una squadra da promozione. Non significa che siano scomparse le incognite di un’estate complicata. E soprattutto non significa che una vittoria possa cancellare in novanta minuti le difficoltà della passata stagione.
Ma significa che la strada intrapresa da Pagliuca può essere quella giusta.
Un Empoli giovane, affamato, disposto al sacrificio e con la voglia di emergere dalla polvere. Un gruppo nel quale possono nascere nuovi leader, senza la necessità di affidarsi soltanto ai nomi o al peso delle carriere.
La Cremonese era probabilmente l’avversario peggiore che potesse capitare per cominciare, almeno sulla carta. E proprio per questo la vittoria assume un significato particolare.
Ora bisognerà confermarla.
Perché la prima giornata regala entusiasmo, ma è il percorso a dire chi siamo davvero.
Intanto, però, una cosa è già emersa con chiarezza: per giocare a calcio serve talento, certo. Ma prima ancora servono fame, corsa e voglia di arrivare sul pallone prima dell’avversario.
Quella fame, ieri sera, l’Empoli l’ha avuta.

