Andrea Fulignati è stato intervistato sulle colonne de Il Tirreno, di seguito le sue parole riguardanti anche il suo possibile futuro in azzurro.

La tua è una passione talmente forte per l’Empoli che questa stagione complicata ha rischiato quasi di toglierti qualche anno di vita…Anni di vita forse no, ma notti di sonno sì, tante. Soprattutto negli ultimi due mesi li ho trascorsi girandomi e rigirandomi nel letto a pensare, a fare previsioni e calcoli. La stagione aveva preso una piega orribile e lo ammetto: sono stati mesi davvero tosti.

Ci sono due immagini che rendono bene l’idea: tu che piangi sconsolato dopo il pari interno con la Virtus Entella e poi il pianto di gioia dopo la salvezza conquistata a Monza.Il pareggio con l’Entella probabilmente è stato il momento peggiore di tutta la stagione. Avevamo davanti un calendario terribile, con le trasferte di Venezia e Monza e in mezzo la gara con l’Avellino. Avevamo pochi punti e nessuno sapeva se saremmo riusciti a farne quattro, né se sarebbero bastati. Invece è successo, e meno male. Credo non ci sia mai stata una quota salvezza così bassa come la nostra, almeno senza playout, ma alla fine è andata bene.

E se non fosse bastato?Poteva essere un disastro, soprattutto da tifoso. Arrivare finalmente a giocare nell’Empoli e, dopo trent’anni di storia gloriosa, sprofondare nel baratro… per me non sarebbe stato brutto, sarebbe stato devastante.

In questo periodo, dopo aver lasciato una Cremonese promossa in Serie A, hai mai pensato: “Chi me l’ha fatto fare?Sono stati mesi molto difficili, soprattutto gli ultimi due, e la crisi me la sono sentita addosso. Però non ho mai avuto rimpianti, anzi.

“Anzi” cosa significa? Che saresti pronto a tornare? Che potresti restare?Ovviamente non dipende da me. Sulla carta è un prestito e tornerò alla Cremonese. Ci saranno diversi aspetti da sistemare, però sì, resterei volentieri. Non chiudo a questa ipotesi: la mia disponibilità c’è.

Al netto di contratti e accordi tra club, a livello umano è un prezzo alto da pagare quello di giocare nella tua squadra del cuore?No, assolutamente no. È vero, qualcosa quando giochi nella squadra del cuore ti toglie, ma non è paragonabile a quello che ti regala. E poi stiamo parlando dell’Empoli e di questa piazza, della quale puoi dire soltanto bene. In questa brutta annata, per esempio, la società non ci ha fatto mancare niente, supportandoci dal primo all’ultimo giorno, e la tifoseria è stata clamorosa, splendida.

Questa salvezza, per quanto sofferta, vale più delle promozioni conquistate con Catanzaro e Cremonese?Non faccio classifiche e non si possono fare paragoni. Però sì, il fatto di essere anche e soprattutto tifoso dell’Empoli dà a questa salvezza un sapore speciale.

Hai parlato di mesi molto difficili. Come hai vissuto l’avvicinamento alla gara di Monza?Con grande tensione, è chiaro, ma sinceramente ero positivo. La vittoria precedente contro l’Avellino mi aveva lasciato buone sensazioni, soprattutto per come era arrivata.

Al netto del finale, però, la stagione dell’Empoli poteva e doveva essere diversa:”Vero. Poteva esserlo perché secondo me il potenziale di questo gruppo era importante. Doveva esserlo perché, se chiudi il girone d’andata a 27 punti, non è ammissibile soffrire così tanto nel ritorno. Adesso però tutto questo deve servire da insegnamento per il futuro, per non ripetere certi errori, anche a livello individuale.

Secondo te cosa non ha funzionato?Evidentemente tante cose, visto che sono cambiati due direttori sportivi e tre allenatori, ma non è facile spiegarlo. All’inizio probabilmente abbiamo pagato il fatto di essere una squadra completamente nuova e molto giovane. Il crollo del girone di ritorno invece credo sia colpa nostra, del gruppo squadra. Abbiamo reagito troppo tardi quando le cose hanno iniziato a complicarsi. Pensavamo ci fosse tempo per riprenderci e invece ci siamo ritrovati con l’acqua alla gola. La Serie B è questa: difficile, a volte crudele. Ma è anche un’esperienza che lascia tanto.